Europei 2016: Lille, l'attesa azzurra
Rudi Garcia si era messo in mostra qua, prima di venire a confrontarsi con il calcio italico nella capitale, sponda giallorossa. Qua è Lilla, regione del Nord (Passo di Calais) della Francia, una manciata di chilometri dai confini con il Belgio. Per orientarsi sportivamente, andando sulle due ruote, città confinante con Roubaix. Dove finisce la famosa corsa ciclistica, la classica che parte da Parigi e si massacra sul pavè. La biografia di Garcia dice che gli sia stato messo il nome Rudi in onore di un ciclista, il tedesco Altig. Garcia, invece, ha scritto una biografia il cui titolo tradotto è “Tutte le strade portano a Roma”. E non sono un senso unico, poteva essere un sottotitolo consigliato. Nella capitale italiana si conserva il “suo” record di 85 punti, il secondo posto e il 69 per cento di vittorie in campionato (2013 – 14). A Lille non sono cancellati i segni degli hoolingans a contatto con gli ultras russi. BASSA PIANURA – E’ come già essere in terra di fiandra, con cui questo lembo confina in maniera aperta. Andare dalla Francia al Belgio, attraversando queste strade, è come passare da Pordenone a Porcia valicando Rorai Grande e Rorai Piccolo. Neanche te ne accorgi, non fosse per un cartello e una bandiera. Prologo dei Paesi Bassi, pianura in cui è transitato in rima Jacques Brel, nativo del Belgio, adottato da Parigi. “Le plat pays” sono parole (e musica) sue. Qua l’Italia si gioca l’ultima partita del girone e allora si intona “Ne me quitte pas”: non andare via. Perché di restare in Francia non si è sicuri, quanto ad azzurri e non per la violenza nelle strade. Brel riposa in Polinesia, accanto a Paul Gauguin, sepolti a pochi metri l’uno dall’altro. Quelle isole si sa che sono meta di vacanze ormai prossime per diversi pedatori, anche nostrani.
PERMANENZA – In questi posti, fra case dai mattoni rossi e panorami increspati da residui di miniere, ci sono rimasti nei secoli centinaia di migliaia di emigranti. Dalla fine Ottocento all’intervallo fra le guerre, soprattutto. Trovare cognomi italiani, come quello dello scrivente, oppure Zigante, Furlan, Lorenzon, Bertolo, Zanier e altri non è per nulla difficile. Che poi ci siano amnesie e riflussi, succede anche qua. Balzarono agli onori delle cronache, nel 2008, gli insulti rivolti a Fabio Grosso dopo un Strasburgo – Lione. Il già campione del mondo azzurro fu definito “italiano di m..., razza di macaroni" (mangia spaghetti in senso dispregiativo), aggiungendo "non si può dire che l'italiano abbia rinnegato i suoi geni e la sua razza". Lo esclamò pubblicamente Jean Marc Furlan, attuale tecnico del Brest che era allo Strasburgo. Nel 2005 insignito della cittadinanza onorario dal Comune di Cinto Caomaggiore, da dove partirono i suoi genitori. Come quelli di Patrick Battiston, lui difensore (epoca Michel “le roi” Platini in campo) e non centrocampista come Furlan, poi tutti allenatori, con stessa onorificenza dalla medesima municipalità. Direttamente da qui seguiamo Italia – Irlanda.
