Fedele avvisa il Pordenone: "Attenzione, il Braglia di Modena è stadio caldo"
Sessanta giorni a Modena, oltre milleseicento a Pordenone. Prima da giocatore (83-85), poi da allenatore (’87-’88 e 01-03). Non c’è dubbio: Adriano Fedele domani farà il tifo per i ramarri.
“Non solo: a Pordenone – racconta l’ex terzino di Udinese, Inter e della nazionale azzurra – sono stato benissimo e mi sono divertito da matti. A Modena invece (1997, ndr) sono rimasto solo due mesi. Avevo capito subito che non era ambiente per me e me ne andai”.
Fedele mette sull’avviso i neroverdi.
“Attenzione però – afferma –, il Braglia può essere molto caldo. Ne so qualcosa io. Fui contestato e avevano ragione. Arrivai che la squadra era già costruita e non aveva caratteristiche adatte al mio calcio fatto di corsa, determinazione, agonismo. Erano – Fedele non ama le mezze misure – tutte “signorine”, tutte tocchetti e passaggini”.
Il calcio di Fedele era diverso.
“Nel mio Pordenone – gli piace ricordare – a portar su la palla erano gli esterni difensivi che saltavano l’uomo, arrivavano sul fondo e da lì crossavano al centro (come faceva lui da giocatore, ndr). Erano vietati – racconta Adriano - i traversoni dalla trequarti. La gente si entusiasmava a vedere tanto agonismo trasmesso dalla panchina al campo. Fu una grande stagione (2001-02). Conquistammo la promozione in C2 (71 punti, 8 più del Belluno secondo, ndr) e sfiorammo i playoff in quella successiva. Fu tutto inutile, perchè la Figc estromise il Pordenone dai professionisti per inadempienze economiche. Ma quei ragazzi, allenati a correre a ritmi forsennati sino al 90’, avrebbero messo sotto anche il Pordenone di oggi, che pure gioca un buon calcio”.
Fedele adesso segue da fuori anche la Lega Pro. “
Mi piace – premette – la squadra di Tedino. La flessione che ha avuto in ottobre è stata superata. Può fare molto bene.”
Tanto da conquistare la serie B?
“Difficile – scuote la testa Adriano -. E’ in lizza con società come Venezia, Parma, Reggiana che hanno tradizione, soldi, grandi tifoserie e soprattutto peso politico a palazzo. Per arrivare primo il Pordenone dovrebbe essere tanto più forte sul campo da mettere a tacere anche Federazione e arbitri. Mi ricordo quando allenavo la Primavera dell’Udinese. Andammo a Milano. Eravamo primi. Grande squadra, solo Rossitto – scherza Fedele che lo sente ancora quasi come un figlio adottivo – era scarso. L’arbitro, affascinato dal blasone Milan, fischiava tutto contro di noi. Entrai in campo e mi misi al centro. Il direttore fermò la partita e si avvicinò. Gli spiegai che c’eravamo anche noi in quella partita. Evidentemente si rese conto che stava sbagliando, non mi cacciò e cominciò ad arbitrare seriamente. Per fare una cosa così bisogna avere attributi. Per questo i ragazzi mi adoravano”.
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